Una vita da Audrey

12.10.13


Oggi vorrei condividere con voi un pezzo della mia vita aldilà dello schermo del pc. Per un lavoro per il corso di Scrittura Creativa in Università mi diedero un compito, un'intervista un pò speciale. Un'intervista immaginaria ad un personaggio che mi stesse a cuore o che mi incuriosiva.
Tutti, chi più chi meno, sanno che la mia attrice preferita è Audrey Hepburn. L'ho conosciuta grazie alla mia migliore amica, quando tanti anni fa mi consigliò di guardare Colazione da Tiffany.
Era prima dei social network, prima di Facebook, prima dei fashion blog. Da allora ho collezionato e guardato quasi tutti i suoi film, ho comprato quadri che ritraevano il suo volto, ho sognato di vivere nei suoi film.
Ma Audrey non è solo la ragazzina tutt'ossa, ornata di lustrini di Colazione da Tiffany, Audrey è molto di più. Molti, soprattutto sui fashion blog, la acclamano come icona di eleganza, le dedicano post, articoli e titoli di blog. Molti la amano, ma pochi conoscono la sua vera vita, quella fuori dal grande schermo. Ecco perchè voglio condividere con voi questa mia intervista immaginaria, per raccontarvi Audrey. Spero vi piaccia e che questo post, un pò diverso dal solito, non vi annoi.
Le risposte all'intervista le ho tratte da vecchie interviste ad Audrey Hepburn, da sue dichiarazioni dell'epoca e dalle varie biografie. Buona lettura e grazie a chi arriva fino alla fine.
Love. A.


Mi trovo a Tolochenaz, in Svizzera, in compagnia della Signora del Grande schermo, Audrey Hepburn. Una donna, una mamma, che dopo essersi ritrovata all’apice del successo con dei titoli indimenticabili al fianco degli attori più bravi ed importanti del mondo di Hollywood - Gregory Peck, Cary Grant, Fred Astaire e Sean Connery -, decide di dedicare il resto della sua vita alla famiglia, alla sua gioia più grande: i suoi figli. Conosciuta da tutti come la frivola Holly Golightly di Colazione da Tiffany, Audrey Hepburn è divenuta simbolo di eleganza ed icona di stile per le ragazze e le donne del mondo intero. Lei, la ragazzina esile con le ballerine ha lasciato il mondo patinato di Hollywood per diventare una donna impegnata nel sociale, una mamma che farebbe di tutto per i propri bambini e per tutti i bambini del mondo. Oggi, con lei, attraverseremo le tappe più importanti della sua carriera per un intimo ritratto di Audrey.


Audrey Hepburn, all’anagrafe Audrey Katheleen Ruston, icona di stile, eleganza e raffinatezza. L’attrice e la donna più amata e stimata dagli anni ’50 ad oggi. Ma come nasce Audrey Hepburn?
Sono nata nel 1929 a Bruxelles, la mia era una famiglia allargata. Era il secondo matrimonio sia di mio padre che di mia madre ed in più avevo due fratellastri nati dal precedente matrimonio di mia madre. La vita a quei tempi era dura e, a causa del lavoro di mio padre presso una compagnia di assicurazione britannica, ci spostavamo spesso tra il Regno Unito, il Belgio ed i Paesi Bassi. Eravamo una famiglia benestante, ma poi la guerra ci fece perdere tutti i nostri averi.

Avevo 6 anni quando i miei genitori divorziarono e mio padre, simpatizzante del Nazismo, abbandonò la famiglia. Fu il periodo più traumatico della mia vita, ci ritrovammo soli, senza mio padre, durante la guerra. Mia madre decise così di trasferirsi ad Arnhem, in Olanda, nel 1939 per sfuggire alla guerra. In quella città, nonostante la guerra e i periodi di carestia, studiai danza frequentando il Conservatorio fino al 1945; fino a quando il 4 Maggio 1945, giorno del mio sedicesimo compleanno, l’Olanda viene liberata.

L'incredibile sensazione di conforto nel ritrovarsi liberi, è una cosa difficile da esprimere a parole. La libertà è qualcosa che si sente nell'aria. Per me, è stato il sentire i soldati parlare inglese, invece che tedesco e l'odore di vero tabacco che veniva dalle loro sigarette. Dopo tre anni ad Amsterdam, dove continuai a studiare danza, nel 1948 mi trasferì a Londra dove presi lezioni al Ballet School di Marie Rambert. In quel periodo cambiai nome, non ero più Audrey Katheleen Ruston, ma semplicemente Audrey Hepburn, dal cognome di mia nonna materna.
Ballerina affermata ed amata dai fotografi per la sua innata eleganza, Lei però era troppo alta e troppo mal nutrita a causa del periodo bellico per avere delle chances per diventare una prima ballerina. Ma, nonostante questa consapevolezza, cosa la spinse ad andare avanti nell’ambiente dello spettacolo? 
Marie Rambert, oltre ad avermi insegnato molto del mondo del balletto, mi diede una brutta notizia. Ero alta un metro e settanta e, a causa della carestia dell’inverno 1944, ero molto magra. Senza riscaldamento nelle case o cibo da mangiare la popolazione in quel periodo moriva di fame o di freddo nelle strade. Sofferente per la malnutrizione sviluppai diversi problemi di salute, ma le parole di Marie Rambert non mi buttarono giù, dopo qualche spettacolo abbandonai la carriera di ballerina per quella di attrice. Decisi che dovevo farcela e ce la misi tutta.

Girai i primi film in cui avevo ruoli da ballerina, ma mi dovetti preparare molto come attrice. In fondo ero una ballerina e come attrice mi sentivo un po’ impacciata ed insicura. La prima persona che mi notò fu la scrittrice Colette. Ero in vacanza a Montecarlo e la signora, allora ottantenne, mi volle come protagonista nella sua commedia teatrale "Gigi". Lo spettacolo ebbe successo, addirittura ci furono delle repliche a Broadway e vinsi persino il premio Theatre World Award per la migliore attrice debuttante. Era il 1952, avevo ventiquattro anni ed ero piena di entusiasmo.
Il viaggio verso l’America portò con se l’affermazione di Audrey Hepburn come attrice, tanto che Gregory Peck la volle al suo fianco per “Vacanze Romane”. Roma e l’Italia ebbero un ruolo fondamentale sia come attrice che nella Sua vita privata. Cosa le resta dentro di questo periodo? 
Ricordo che Gregory Peck, appena mi vide, disse “Sono abbastanza intelligente da capire che questa ragazza vincerà l'Oscar nel suo primo film e sembrerò uno sciocco se il suo nome non è in cima, insieme al mio” e, con mio stupore, così fu. Vinsi il mio primo Oscar nel 1954 come miglior attrice. “Vacanze Romane” fu il mio trampolino di lancio e quel periodo, in Italia, non potrò scordarlo.

Durante le riprese di “Vacanze Romane” decisi di sposarmi con James Hanson. Andai proprio a Roma a scegliere il mio abito da sposa, nell’atelier delle Sorelle Fontana. Il matrimonio però saltò perché James mi chiese di rinunciare alla mia carriera di attrice. L’abito, in satin avorio, rimase dunque senza sposa e chiesi alle sorelle Fontana di regalarlo alla più bella, povera, ragazza italiana che riuscissero a trovare.
I giornali di gossip del tempo parlavano di un’altra relazione clandestina. Cosa si aspettava da quella storia? 
Credo si riferisca alla breve relazione che ebbi con William Holden. Era contro il regolamento della casa di produzione instaurare legami affettivi con un collega durante le riprese di un film, quindi la nostra relazione rimase segreta. Anche perché William, più vecchio di me di 11 anni, era sposato e aveva due figli. Sinceramente pensavo di poterlo sposare e avere dei figli da lui, ma seppi che William, poco tempo prima, si era sottoposto ad un intervento chirurgico per diventare sterile. A quel punto decisi di mettere fine a quella relazione clandestina, del resto io volevo essere madre e per nulla al mondo avrei rinunciato alla maternità.
Ed alla fine, finalmente, nel 1954 il matrimonio e qualche anno dopo il Suo primo figlio. 
Mi sposai con l'attore Mel Ferrer, con il quale ebbi mio figlio Sean. Lo incontrai ad una festa organizzata da Gregory Peck. Ci sposammo il 25 settembre durante le repliche della commedia teatrale “Ondine”. All’inizio eravamo molto affiatati. Prima di riuscire ad avere Sean nel 1960, ebbi due aborti spontanei, uno in seguito ad una caduta da cavallo durante la lavorazione del film “Gli inesorabili”.

Ma, nonostante il grande sentimento, nel 1968 il matrimonio con Mel Ferrel finisce, per risposarsi l’anno successivo con uno psichiatra italiano. Come ha vissuto questa storia d’amore nata così poco tempo dopo la fine del suo matrimonio? 
Otto anni dopo la nascita di nostro figlio decisi di lasciare mio marito. L’amore era finito da tempo e Mel era distratto da altre donne. Incontrai Andrea Dotti durante una crociera e il fascino italiano non passò inosservato. E’ stato difficile far capire a mio figlio Sean questo nuovo capitolo della nostra vita, ma l’anno successivo al matrimonio, dopo una gravidanza difficile che mi costrinse a letto, nacque Luca, il mio secondo figlio e Sean ne era entusiasta.

Era il periodo in cui la mia privacy era intaccata costantemente, decisi dunque di andare con i bambini in Svizzera e diminuire i miei impegni di attrice per dedicarmi alla famiglia. Con Andrea ci teneva insieme l’amore per nostro figlio, il matrimonio invece fu ben presto rovinato dalle numerose relazioni extraconiugali di mio marito. Comunque il matrimonio con Andrea durò all’incirca quanto il precedente, 13 anni, e finì nel 1982 quando decisi che i miei due figli fossero grandi abbastanza per vivere con una madre single.
Nel 1954 in “Sabrina” inizia la Sua amicizia con Hubert de Givenchy, stilista francese che Lei definì il suo più grande amico. Disegnò per Lei il classico tubino nero di “Colazione da Tiffany”, l’abito fiorato in bianco e nero di “My Fair Lady” e il Suo magnifico abito da sposa. Diventò la sua musa e fonte di ispirazione per le sue creazioni, tanto da farla diventare simbolo di stile e per le generazioni degli anni ‘50 e per quelle dei giorni nostri. Come si sente Lei a riguardo? 
Non ho mai avuto gusto per la moda prima di conoscere Hubert, pensi che, quando frequentavo le lezioni di danza, indossavo sempre gli stessi abiti. Avevo però tanti foulard che indossavo per cambiare stile. Tutti mi ammiravano per la mia bellezza e la mia eleganza, ma io mi guardavo allo specchio e non capivo perché gli altri mi trovassero così bella, avevo il naso e i piedi troppo grossi, poco seno ed ero troppo magra. Per le donne ero un simbolo di stile, ma io indossavo ciò con cui mi sentivo a mio agio. Pantaloni, ballerine e foulard che mi avvolgevano il capo per coprirmi dai fotografi che incontravo per strada. È facile copiare il mio look. Le donne possono assomigliare a Audrey Hepburn raccogliendo i capelli e comperandosi grossi occhiali e vestiti senza maniche. La moda riflette i nostri tempi e il loro trend di stile, ma è anche lo specchio dei nostri sentimenti. L'occhio della moda è un occhio sensibile.

Negli abiti di scena indossai dei vestiti bellissimi, l’abito bianco e nero di “My Fair Lady” e il tubino nero di “Colazione da Tiffany” sono entrati nella storia del costume. Ma questo non è tutto merito mio, ma del mio caro amico, e genio, Givenchy. Si dice che l'abito non faccia il monaco. Ma a me la moda ha dato spesso la sicurezza di cui avevo bisogno. Personalmente dipendo da Givenchy come le donne americane dipendono dal loro psichiatra.

Da allora furono solo successi: “Guerra e Pace”, “Arianna”, “Storia di una monaca”, “Colazione da Tiffany”, “My Fair Lady”, “Sharada”, “Insieme a Parigi”…ma il Suo preferito fu “Cenerentola a Parigi”, girato nel 1957. 
Con “Cenerentola a Parigi” finalmente ebbi l’occasione di mettere in pratica i miei anni passati a studiare danza e di mettermi in gioco cantando dal vivo. E poi non so se mi spiego… il mio compagno di ballo era un certo Fred Astaire!

Ha avuto una vita lavorativa molto intensa. La cercavano i registi e attori più in voga in quegli anni. Ma Lei non si scordò mai della Sua famiglia. Com’era essere mamma, moglie e attrice insieme? 
Potevo permettermi di scegliere i film in cui partecipare, lavorai durante la mia vita da attrice con gli attori, i registi e gli scrittori più famosi del mondo; ma il mio pensiero era sempre rivolto alla mia famiglia. Non ho mai capito la frenesia delle donne per l’eterna giovinezza. Io in realtà era molto contenta di invecchiare, perché significava avere più tempo per me stessa e la mia famiglia. Separarmi dalla frenesia per la bellezza e la giovinezza di Hollywood significava per me godermi gli anni più belli dei miei figli e crescere insieme a loro. Tra un film e l’altro, infatti, cercavo sempre di correre in Svizzera con loro. Lì, lontana dal caos delle strade americane, mi godevo il verde dei giardini, la compagnia degli animali ed ovviamente la mia famiglia.
Dopo la Sua ultima apparizione cinematografica in “Always” di Steven Spielberg, nel 1989, con Robert Wolders iniziò a viaggiare per l’Unicef. Questi viaggi la segnarono molto, fino a diventarne ambasciatrice.
Con Robert andammo a convivere sei mesi dopo la mia separazione. Ci trasferimmo in Svizzera a Tolochenaz, presso il Lago di Ginevra, ma non ci sposammo mai. Avevamo in comunque un grande sentimento di solidarietà verso i meno fortunati. Ci occupammo molto di beneficenza viaggiando spesso insieme per conto dell'Unicef. La mia prima missione sul campo fu in Etiopia nel 1988. Visitai l'orfanotrofio di Mek'ele e feci in modo che l'Unicef inviasse cibo ai 500 bambini. Mi si era spezzato il cuore e non potevo sopportare l'idea che due milioni di persone stessero morendo di fame. Nel 1992 andai in Somalia è lì guardai con i miei occhi la devastazione e la fame dopo la guerra. Il termine "Terzo Mondo" non mi piace perché siamo tutti parte di un mondo solo. Voglio che la gente sappia che la maggior parte degli esseri umani sta soffrendo. Grazie alla mia notorietà volevo, e voglio, gridare al mondo che bisogna aiutare i bambini. Non possono morire così.
Purtroppo però dopo questo viaggio venne a conoscenza del brutto male che l’ha colpita… 
Ero appena tornata dal viaggio in Somalia ed accusai dei forti dolori allo stomaco. Dopo essere stata visitata da un medico svizzero volai a Los Angeles per consultare specialisti americani. Purtroppo i Dottori che mi visitarono scoprirono l'esistenza di un cancro all'intero del colon e fui operata qualche mese dopo, ma non servì a molto. I medici erano giunti alla conclusione che il cancro fosse ormai troppo esteso per essere curato. A causa delle mie condizioni fui impossibilitata a utilizzare un normale volo di linea per tornare a casa, in Svizzera, quindi il mio vecchio amico Givenchy mise a disposizione il suo jet privato riempiendolo di fiori…

Ha ricevuto tanti Oscar, è conosciuta in tutto il mondo e ha lavorato con i migliori registi e attori di Hollywood. Cosa le resta, ora, del successo? 
Il successo è come raggiungere un traguardo importante e rendersi conto di essere sempre esattamente la stessa. La mia carriera l’ho concepita come una fortuna, sia dal punto di vista del successo, sia per avermi dato la possibilità di essere una donna indipendente, in un periodo in cui non era una cosa comune. Avvicinarmi al mondo della solidarietà con il mio ruolo da ambasciatrice è stato come rendere alla società quello che ho ricevuto.
Audrey Hepburn morì il 20 gennaio 1993 a Tolochenaz dove fu sepolta. Aveva 63 anni
Alle esequie, oltre ai figli e a Wolders, erano presenti Mel Ferrer, Andrea Dotti, Hubert de Givenchy, rappresentanti dell'UNICEF e gli attori e amici Alain Delon e Roger Moore. Lo stesso anno della sua morte, il figlio Sean fondò l'Audrey Hepburn Children's Fund per favorire la scolarizzazione nei Paesi africani. 
L’ultima missione di Audrey con l’Unicef è in Somalia, un paese devastato dalla povertà e dalla guerra civile. Lo stato di Malnutrizione dei bambini somali e le loro disperate condizioni di vita la lasciano sconvolta e la rendono ancora più determinata a fare qualcosa. Purtroppo non ne ebbe il tempo e la forza. Audrey ha sognato un mondo migliore per i bambini, ed oggi questo sogno è portato avanti dagli “Amici di Audrey” (un club promosso dai figli di Audrey, Sean e Luca, che unisce un gruppo di sostenitori speciali dell’Unicef) e da tutti coloro che hanno raccolto il suo appello: “Non dobbiamo dimenticarci mai di quei bambini che non conoscono la pace, che non conoscono la gioia né il sorriso. E’ a nome di questi bambini che io parlo, bambini che non hanno voce”
Audrey rimarrà per sempre un'icona di raffinata eleganza, fonte d'ispirazione per milioni di donne in tutto il mondo. I compagni di danza del 1948 dicevano che la Hepburn era comunque di una eleganza innata: possedeva due gonne e due camicie, ma aveva decine di foulard da abbinare, ed in questo modo era sempre perfetta.

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3 Commenti

  1. Mi sono emozionata a leggere questo post, bellissimo! hai fatto benissimo a scriverlo! grande icona, ma soprattutto grande donna!

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    1. Grazie mille! :) Ci tengo tantissimo a questo lavoro (ed ora a questo post), conoscevo già alcuni aspetti della sua vita, ma ho approfondito cose che non sapevo, non avendo vissuto in quegli anni. Leggendolo anche mia madre si è emozionata perchè ricordava un pò gli anni in cui era una ragazzina :)

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  2. Tesoro, post stupendo, è stata la mia prima lettura stamattina, interessante e soprattutto, come tutto ciò che fai tu, originale, presentato così in forma di intervista ! Che donna fantastica è stata Audrey, sicuramente per nulla superficiale ! Un bacione

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Posted by New York can wait on Giovedì 29 ottobre 2015
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